<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-189271739916034670</id><updated>2012-02-15T23:57:01.079-08:00</updated><category term='L&apos;angolo delle occasioni'/><title type='text'>paoloblog</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://paolotarantini.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/189271739916034670/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolotarantini.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Paolo Tarantini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15989451912970416201</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>2</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-189271739916034670.post-8489477013111061544</id><published>2008-06-06T09:44:00.000-07:00</published><updated>2008-06-06T09:47:47.463-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;angolo delle occasioni'/><title type='text'>L' Angolo Delle Occasioni</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Bene, eccomi giunto qua per tentativi e in modo inaspettato. Mi chiamo Paolo e devo a tutti una sorta di premessa apologetica dal momento che sarò vulnerabile e fuori luogo a causa di ciò che scriverò. Per cui non ci girerò attorno.&lt;br /&gt;Non conosco Cassandra, l'ho detto; non guardo Amici e di solito non vado neppure a fare acquisti all' Ikea, perchè è davvero troppo Ikea per me quel non-luogo fatto di mobili colorati e percorsi obbligati. Ma ieri mi sono tradito accettando di scortare negli acquisti una mia amica e collega di lavoro. Così arriviamo in macchina e troviamo parcheggio con una facilità che mi coglie impreparato. Saliamo al piano superiore sfruttando l'azione meccanica della scala mobile e giunti sulla vetta mi dico di non volermi privare di ogni possibilità e servizio offerto dall'Ikea. Così mi giro verso la mia amica Anna ma lei non c'è; guardo più lontano e la trovo già magicamente sedotta da una zanzariera da letto in licra bianca che scende morbida dal soffitto. Nel suo sguardo e nel modo in cui sfiora delicatamente la stoffa sintetica mi accorgo che ho pochi secondi per recuperarla prima che l'incantesimo si consolidi conducendola inesorabilmente in quella stradina obbligatoria dotata di segnaletica orizzontale per evetira che ci si perda. La chiamo ad alta voce, di slancio e dimostro una tempistica perfetta. Anna si volta e con sadico coraggio le chiedo: "Ci mangiamo un boccone al self service?" Ve l’ho detto, non volevo privarmi di nulla e sapevo che lei non avrebbe rifiutato. Dunque ordiniamo e mangiamo con naturalezza quello che ho da subito riscontrato essere il mitico piatto unico Ikea da 15 pezzi di polpettine adagiate in un letto di purè insipido e di salse ai mirtilli fluorescenti. Non sai quello che mangi ma se hai fame alla fine le polpette le mangi tutte mentre purè e salsa fucsia sei costretto a farli avanzare anche se sei a digiuno da giorni. Seduto al tavolo del ristorante mi accorgo che Ikea pensa davvero a tutto perché alla mia sinistra intravedo una saletta bunker dedicata ai fumatori. La devo provare assolutamente e la mia amica mi asseconda di nuovo. Ordiniamo un caffè italiano e ci chiudiamo nel bunker per fumare una Winston rossa. La sala è piccolissima ma dotata di efficiente impianto d’aspirazione. Nonostante le dimensioni sacrificate l’invito all’acquisto ci circonda da ogni lato: è piena di cornici e fotografie in vendita; scendono una serie di cartellini con dei codici alfanumerici che ti rimandano al piano inferiore dove potrai acquistarle. Insomma il classico e collaudato sistema Ikea. Una volta usciti non so quello che Anna intenderà comprare né oso chiederlo per prudenza. Però è ormai palese che indipendentemente dal prodotto immaginato o adocchiato sarò costretto ad affiancarla in tutto il percorso spazio-temporale fino al traguardo delle casse automatiche. Per coloro, immagino pochi o nessuno, che non fossero mai stati all’ Ikea vorrei precisare che tale percorso è lungo circa 2 km, che ci si può perdere e che se vuoi uscire senza comprare nulla devi comunque portarlo a termine; dunque mettete in conto un ‘oretta forzata in ogni caso. Per amore del racconto e per rispetto dei lettori ometterò tutto quello che accadde lungo tale percorso; inoltre sarebbe noioso e per nulla significativo. Devo solamente estrapolare il seguente evento: diciamo che in un punto qualsiasi dell’Ikea in un qualsiasi momento della giornata mi ritrovai in braccio una scarpiera di colore rosso, abbastanza alta da complicarne il trasporto e dall’ impronunciabile nome svedese TRONES (se non ricordo male). Lo dico solamente perche questo fatto è importante per la narrazione, riguarda anche Cassandra che mentre sono lì, con quella che sembra mia anche se non è la mia scarpiera rossa, ancora non esiste; non l’ho mai vista e non ha ancora quel nome.&lt;br /&gt;Finalmente si abbassano le luci e arrivo snervato in quello spazio enorme che è il deposito mobili, tutti organizzati per scaffali a loro volta organizzati per numero e per corsia. Ormai non mi curo più della mia amica Anna, la lascio libera di muoversi in questo spazio industriale e non la intercetto più con il mio sguardo limitato in parte dall’altezza della scarpiera che continuo eroicamente a trascinarmi dietro. Poi è Anna che mi cerca avvicinandosi. Mi dico che è fatta, insomma, ci siamo; le casse le vedo, sono là, vicine e qui c’è la tua scarpiera. “Dai! Paghiamo e ce ne andiamo!” le dico convinto. Ma questa volta lei non dice sì, però parla e aggiunge: “Dai! Aspetta! Andiamo a dare un’ occhiata all’angolo delle occasioni?” Domanda retorica, quindi non rispondo e risparmio il fiato per raggiungere questo angolo delle occasioni. Che stupido, dovevo aspettarmelo... c’è una sala fumatori perché non dovrebbe esserci un angolo delle occasioni? In ogni caso sono qui, in questo angolo che angolo non è, tra le occasioni che occasioni non sono. Ci siamo io, Anna e altre due ragazze. Una è in piedi fronte a me, l’altra adagiata su di un letto che scrive qualcosa in un foglio. E’ girata di spalle e non ho accesso al suo viso. Poi mi volto e fingo di essere interessato ad alcuni oggetti inspiegabili riposti in serie all’altezza dell’ombelico. Mi rendo conto di essere goffo e impacciato per colpa di quella scarpiera Trones che non so più come afferrare e sostenere. Sono stanco e in uno stato di trance che gli psicologi hanno riconosciuto in seguito all’avvento dei centri commerciali. Poi sento una voce di donna e la interpreto come la prima avvisaglia di una temporanea schizofrenia da Ikea. Mi dico che ci sta, che è normale. Poi ancora quella voce che mi chiama: “Scusa”? A quel punto mi volto e la vedo, non è Anna e non è la ragazza che avevo visto in piedi. E’ lei che poco prima avevo solo potuto intravedere, ora è in piedi davanti a me, ci guardiamo e in un lampo so già che potrebbe chiedermi qualsiasi cosa desiderasse. Prima che lei parli rubo il tempo che non c’è per una fantasia: “Ti prego, ragazza senza nome, chiedimi quello che vuoi, se ti va farò di corsa l’intero maledetto percorso dell’Ikea con la scarpiera TRONES rossa in spalla fino all’ora di chiusura!”Vorrei elaborare altre stupide e insensate richieste telepatiche ma tu interrompi la connessione e ti rivolgi a me:”Dove hai preso quella scarpiera?”Come faccio a risponderti a questa domanda? A quel punto stavo già pianificando la mia folle corsa; ti chiedo scusa, ragazza senza nome, anche se non te lo dico; ti chiedo scusa in anticipo per il modo in cui ti sto per rispondere. Guardami ancora un istante, usa la domanda di riserva, una di quelle che avevo scelte per te e risparmia questo rossore che mi assale. Vedi? Io Paolo e la scarpiera TRONES siamo ormai una cosa sola, di un solo rosso colore. Ma tu vuoi la scarpiera, ti piace ed io devo rispondere:”Guarda laggiù, in fondo alla corsia, però aspetta, non ne sono sicuro. Anna, dove abbiamo preso la scarpiera? In fondo a questa corsia a destra e poi la trovi al centro.” La verità è che non potevo ricordare dove l’avessi presa; avrei potuto dirti di svoltare alla seconda stella a destra e poi di proseguire diritto fino al mattino. Avrei trovato un senso ad ogni storia senza senso, avrei confutato felicemente un assioma geometrico, ma quella risposta proprio non la potevo conoscere.&lt;br /&gt;Dopotutto tu sei cortese e mi ringrazi nonostante la mia manifestata indecisione.&lt;br /&gt;Vorrei restare lì con te, vorrei consegnarti la mia scarpiera risparmiandoti la scocciatura di andarla a cercare in un posto che ti è stato indicato in maniera confusa e imprecisa. Ma Anna, purtroppo non ha scovato nessuna occasione che potesse fare al caso suo in questo angolo delle occasioni Ikea e ha deciso che fosse giunto il momento di andare. La seguo in silenzio e contro voglia, lei rallenta il passo o forse le sue gambe corte percorrono meno strada delle mie. Quando siamo a distanza di dialogo lei si avvicina al mio orecchio e mi sussurra: “Sai chi è quella ragazza?”, “No”le dico ovviamente, “Si chiama Cassandra ed è una cantante del programma Amici”. Non aggiungo altro e continuo con passo sicuro verso l’uscita. Nel tragitto che mi conduce al parcheggio, tu, ragazza senza nome diventi per il caso e per magia Cassandra. Mentre apro il bagagliaio dell’auto per fare posto alla nostra scarpiera TRONES mi lascio sfuggire un sorrisino che mi guardo bene dal nascondere. Alla guida ripenso all’angolo delle occasioni e poi a te adagiata sul letto senza un nome e infine alla mia occasione mancata.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/189271739916034670-8489477013111061544?l=paolotarantini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolotarantini.blogspot.com/feeds/8489477013111061544/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=189271739916034670&amp;postID=8489477013111061544' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/189271739916034670/posts/default/8489477013111061544'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/189271739916034670/posts/default/8489477013111061544'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolotarantini.blogspot.com/2008/06/bene-eccomi-giunto-qua-per-tentativi-e.html' title='L&apos; Angolo Delle Occasioni'/><author><name>Paolo Tarantini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15989451912970416201</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-189271739916034670.post-3250895858908360651</id><published>2008-01-01T02:18:00.000-08:00</published><updated>2008-01-02T06:06:10.984-08:00</updated><title type='text'>Era Notte A Torino</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Pensare al weekend di mercoledì quando i presupposti dei giorni antecedenti sono già scivolati giù, lungo il tubo del passato recente. Mi viene in mente quando partimmo per Torino. Un manipolo di quattro ragazzi che frequentavano l’ultimo anno della facoltà di cinema e spettacolo dell’Università di Urbino.&lt;br /&gt;Credo fosse un mercoledì. Oltre a me, c’erano Eugenio, Bonazza e Mone Tanda che rischiammo di perdere il giorno stesso in cui arrivammo. Ho ben chiara l’immagine di quelle porte scorrevoli che si chiudono; Tanda che ci osserva attonito dall’autubus e noi giù, sul marciapiede che non sappiamo cosa fare; ci ricambiamo uno sguardo ebete e nell’impotenza ci limitiamo a un timido saluto mentre l’autubus che parte tiene in ostaggio il nostro amico. Non aveva senso chiedersi dove e quando sarebbe sceso. Le poche ore già trascorse a Torino ci avevano persuasi a credere che da quel mezzo, il nostro Tanda, sarebbe anche potuto non scendere o nella peggiore delle ipotesi sarebbe sceso rimaneggiato negli averi e scoraggiato negli affetti. Di lui smettemmo di curarci quattro vie più avanti quando ormai esaurite le ultime fatalistiche congetture, lo vedemmo, epifanico, impalato nei pressi di una fermata. Al bando le paure e scongiurata la forzata separazione ricompattammo il manipolo e riprendemmo il cammino con riconquistato vigore. Procedemmo guardinghi fino a tarda sera anche perché nessuno dei quattro, benché non ce lo fossimo detti apertamente, aveva del tutto dimenticato le prime voci che udimmo mettendo piede nella banchina della stazione: “Ragazzi! State attenti ad una banda di rumeni, perché rubano”! Erano due poliziotti, uomo e donna e ci accolsero così. Ci avviammo per le vie di San Salvario, quartiere etnico, quartiere sgarruppato. Era mezzogiorno. O giù di li. Sapevamo dove andare, ci si sentiva assai ventenni e un posto come quello faceva subito boheme.&lt;br /&gt;Non ricordo come arrivammo al luogo prestabilito, ma era importante che dopotutto ci contavamo ancora in quattro e se qualcuno avesse camminato insieme a noi avrebbe di certo testimoniato che questa cosa non andava data per scontata.&lt;br /&gt;Ripensandoci ora, rivivo ancora quella sorta di disorientamento e mi accorgo che ci sono numerosi vuoti di memoria che frenano il naturale svolgimento del racconto. Ma so che le motivazioni di questa mancanza vanno imputate alle situazioni e soprattutto agli ambienti che abitammo nei due giorni seguenti. E’ plausibile che una concertata autodifesa messa in atto dal cervello mi abbia spinto verso una parziale rimozione degli eventi potenzialmente dannosi. Però mi sovviene che Eugenio, se non erro, qualche mese dopo che tornammo da Torino decise di scrivere delle cose, di ricordare certi momenti difficili; quelli che passammo in una pensione del centro. Quel caldo afoso che impediva il sonno e rendeva isterico il dialogo. Mi pare che nel delirio per la febbrile e prolungata sopportazione, gridai la parola “ventilatore”. - Lo vado a comprare – dissi, per poi prendere coscienza dell’impossibilità oraria di farlo; saranno state le cinque del mattino o forse ricordo male. Per fortuna ho ritrovato il dattiloscritto di Eugenio. Sono sicuro che in questo modo aiuterò la precisione del racconto. Lo riporto così com’è, con la formattazione originale del file word che ho recuperato a fatica dal mio Pc. (Purtroppo il documento è manchevole di datazione e quella indicata dal mio pc non è attendibile perché l’orologio interno è definitivamente fuori uso già da qualche anno,quindi, dovremmo limitarci ai fatti):&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era notte a Torino&lt;br /&gt;Rivisitazione tragicomica di una notte d’estate. (col senno di poi)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-Hotel.............?&lt;br /&gt;-Ehm..........Bellavista mi pare.&lt;br /&gt;-Cos’ha detto il vigile? abbiamo dei problemi con dei rumeni in quella zona? Bene!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una strana consapevolezza di molte cose che sarebbero successe nei mesi sucessivi ci rendevano in quei giorni particolarmente curiosi. In fondo era appena cominciata l’estate e stavamo lentamente maturando quell’aria incerta e sognante di chi vede per la prima volta un gran pezzo di fica mentre incatenata alle cancellate della Cinemateque française fuma lunghissime sigarette rosse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-Che piano?&lt;br /&gt;-Ultimo!&lt;br /&gt;-Ma come cazzo si fa a mettere una pensione all’ultimo piano di un condominio!!&lt;br /&gt;Quando Mone pronunciò questa frase era del tutto inconsapevole che di li a poco sarebbe stato rapito da un mezzo di trasporto pubblico. L’avremmo rivisto attonito e visibilmente provato solo diversi semafori dopo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque questa era la situazione: Tardo pomeriggio di giugno, Torino, triangolo industriale, terza città d’Italia, grande, sporca, calda, negra, araba, rumena, napoletana, operaia, keebab, troioni stipati in un buco sottoterra, pellicole sedici millimetri, professori di Urbino che parlano romano, presunti registi che prendono i rossi dentro una alfa trentatre insieme a quattro ragazzi di provincia in pantaloni corti, albergatori scortesi in canotta color crema,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-a proposito, questa sera torneremo un pò tardi....sa com’è.....&lt;br /&gt;-ragazzi ma fate un pò come volete!!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pensioni anni cinquanta tipo Shining alle quali si accede direttamente dall’ascensore, ampio locale bar al suo interno, funzionale impianto di condizionamento che trasforma due persone in un lurido ammasso di sudaticcie imprecazioni,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-mmmm......ho caldo.......ahh...... mmmmm........basta.....cazzo!!&lt;br /&gt;-adesso scendo e compro una minchia di ventilatore, sai di quelli piccoli.......non ne posso più&lt;br /&gt;dai cazzo!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;grande terrazza con vista su palazzoni, cortili tipo “Finestra sul cortile” ma non quello di Hitchcock, no,un remake da terzo mondo in bianco e nero girato con poche lire, jeans appesi al balcone, negroni di due metri che guardano in tv il torneone di calcio che adesso non mi ricordo manco più che cazzo era ma quel giorno lo sapevo, piantina della città in mano per trovare qualsiasi cosa, il set, il mega museone nazionale del cinema che ci aveva fatto vedere quello spilungone di Lizzani in sala cinema, c’eravamo anche gasati, piazza San carlo, una specie di moschea, che poi era una sinagoga, di fianco alla pensione, la Juve che aveva appena perso la coppa campioni ma tanto non ce ne fregava un cazzo perchè va bè.............cazzo ai rigori son buoni tutti............ e poi quel tre a uno sul Real.......... quello chi se lo scorda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste parole, rilette dopo qualche anno mi trovano in parte impreparato e così provo un intenso piacere nel manifestare un principio di commozione. La blocco lì sulla soglia del travaso e la prolungo come un acuto per numerosi secondi che è vietato contare. Ora che la tensione cala insieme al noto groppo in gola cerco un perché. Sarà la Juve che vince 3-1 contro il Real. Cazzo che partita!! Hai ragione tu, chi la dimentica; e poi vaffanculo alla finale persa ai rigori, anche se noi, italiani, ai rigori, qualche estate più avanti, abbiamo alzato la coppa del mondo! E poi, Eu, te lo ricordi il golasso di Del Piero contro il Real? Come si dice: poesia. (Chissà se una donna questa cosa la potrà mai capire? Sono quasi certo che per l’ennesima volta quella che si sveglierà al nostro fianco, non lo capirà. Ma so anche che non smetteremo di cercare). Forse quella con il Real fu l’ultima vera partita, quella giocata; intendo palla al centro e vinca il migliore. Quello che accadde dopo è storia recente, è storia sporca. La Juve in serie B e Pessotto giù dalla finestra. Calciopoli e l’ultimo gol di Del Piero ai Mondiali. Che gol! Però bravo anche il Gila.&lt;br /&gt;Lo ripeto, arrivammo nel luogo dell’incontro tutti e quattro sani e salvi compreso il nostro Tanda che il destino aveva provato a sottrarci. Ma noi fummo più forti perché laggiù, lontano, ci aspettava qualcuno che ci avrebbe mostrato un mondo nuovo. Un mondo di cui avevamo sentito parlare, sul quale da un po’ di tempo stavamo tutti, a modo nostro, fantasticando.&lt;br /&gt;Questa parte della città era davvero troppo città per chi come noi arrivava dalla piccola provincia. L’aria che si respirava era quella di Blade Runner , più film americani tipo Bronx e in aggiunta tutta una serie di elementi nostrani tipo sopraelevata sconsiderata costruita negli anni Sessanta/Settanta, forse. Capimmo che il posto era quello giusto dai camion parcheggiati lungo la strada principale e da una serie cospicua di proiettori che illuminavano l’entrata di un pub. La persona che stavamo cercando si trovava con buona probabilità là dentro. Non ci dicemmo nulla e riprendemmo a camminare in quella direzione. Non fu necessario entrare. Il nostro professore, Claudio, era lì fuori nei pressi dell’ingresso principale, impegnato in una conversazione. Non lo disturbammo e aspettammo il nostro turno.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/189271739916034670-3250895858908360651?l=paolotarantini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolotarantini.blogspot.com/feeds/3250895858908360651/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=189271739916034670&amp;postID=3250895858908360651' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/189271739916034670/posts/default/3250895858908360651'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/189271739916034670/posts/default/3250895858908360651'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolotarantini.blogspot.com/2008/01/era-notte-torino.html' title='Era Notte A Torino'/><author><name>Paolo Tarantini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15989451912970416201</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry></feed>
